SALVARE VENEZIA 1

UN MILIONE DI DOLLARI
PER SALVARE VENEZIA

Venezia, quattro novembre del ’66. Notte, l’acqua alta non cala, non cala. No “varda la cresse ancora”, e ancora. Va tutto sotto, l’acqua arriva dovunque, anche dove nessuno l’aveva mai vista. E onde frangenti dal Bacino arrivano fin davanti alla Basilica. In Piazza gli stivali, anche quelli alti al petto, non servono e allora ci si spoglia, ma fa freddo e l’acqua è gelata. Si arranca fino alla Loggetta, sotto il campanile, ma le raffiche di bora ti scrollano facendoti battere i denti. La porta del campanile è chiusa, sotto le Procuratie Nove ci sono trenta centimetri, non c’è riparo. Qualche incosciente entra in barca. Che disastro. Aqua granda l’hanno chiamata. Ed è stata una tragedia, lì e allora. Ma soprattutto dopo. “Salviamo Venezia!” Poi, a qualcuno viene l’idea, qualcuno vede un’opportunità: “e se noi…”. Patatrac! E la corsa comincia. Montanelli, le contesse, i Comitati, la Legge Speciale…

Io c’ero, giovane, entusiasta, inesperto ma dall’inglese fluente, emotivamente coinvolto. Scrissi questa cosa nel ’73, nel pieno delle campagne di crowd-funding, le raccolte fondi per restaurare, ripristinare, proteggere, con qualche ambiguità. E ne fui coinvolto.

Qualcosa di utile per ricordare…

Acqua alta nel cortile di Palazzo Ducale 1975 (Hasselblad SWC)

Venezia, per noi di qui, è sempre stata la solita vecchia signora, pigra, fiacca, assonnata. Lenti i ritmi, annoiate le abitudini: alle ore 18 i “fioi”, i ragazzi, erano tutti a San Bortolomio; quelli più grandi facevano un salto a San Marco per vedere chi c’era al Liston, i gondolieri sulle panche là in fondo aspettavano, ma non c’era nessuno, solo le gondole si agitavano, sbattendo contro i pali quando passava il “piccolo” della Linea 1.

La mattina i piccioni in piazza aspettavano i turisti col grano, litigando tra loro; a Rialto grida e verdure, alterchi da serve e pesce fresco, con la coda al traghetto di Santa Sofia, per tornare di là, in Strada Nova. Sotto mezzogiorno i “bacari” si riempivano di gente, un “goto de rosso” e un mezzo uovo con l’acciughina; i più raffinati azzardavano uno spritz col Campari all’Aquila Nera o un “bicier” de Verdiso al Graspo de Ua.  L’aperitivo da Arrigo all’Harry’s Bar era una leggenda metropolitana, qui nessuno di noi ci aveva mai messo piede, era solo per i forestieri; i più ambiziosi al massimo azzardavano una bevuta al bar Americano, sotto la Torre dell’Orologio. Ecco, questa era la musica, giorno dopo giorno. E sotto questa scorza logora e stinta batteva un pulsare lieve, indifferente, stancamente banale.

Chi si aspettasse lo sfavillare dei palazzi antichi che rinascessero a rare e fugaci serate di vita rimaneva regolarmente deluso. A Venezia erano tutti nascosti, tutti espatriati, e quelli che spuntavano talvolta, c’entravano poco. Per un verso la città manteneva intatte le sue domande, i silenzi poco comprensibili, un vago senso di disagio e di mistero come quello che -in antico- aleggiava in Palazzo Ducale, quando in riservatissime salette erano in riunione i Dieci. Ansia: la grande decisione -non si sa bene quale- incombeva. Non si saprà mai. Più prosaicamente erano -se non se li era già rubati il piccoletto corso- arazzi impolverati o Tiepoli scrostati e arrotolati in soffitta.

Gondole in Bacino
Acqua alta. Gondole in Piazza (Archivio del Comune di Venezia)

Poi, ad un tratto tutto cambiò, maltempo “grando”! Prima una buriana dal Carso, ma forte! e dopo, dall’altra direzione, un “sirocal” mai visto. La marea era prigioniera della Laguna, le onde sbattevano di qua, sbattevano di là e il mare continuava a spingere l’acqua dentro. Un disastro.

Quattro Novembre del ’66. Alluvioni, inondazioni ovunque in tutta Italia, peggio che nel Polesine nel ’51. A Venezia non mancava altro. L’ora della fine pareva giunta…

Macché! Avevamo fatto tombola, davvero! Un metaforico folletto -uno che aveva capito tutto- tirò fuori una bandiera col leon,  si fece sul ponte e gridò: “Ohi de la gondola, dai che salvemo Venessia”.

Ci volle un po’ prima che la pagnotta lievitasse per bene, due, tre anni, forse un poco di più. Montanelli e il Corriere, le contesse, gli ex ambasciatori che sognavano un palazzetto a Venezia, gli americani miliardari di petrolio bisognosi di entrare un po’ nella storia anche loro, gli inglesi e i francesi sempre in caccia di nuovi affari, tutti hanno creato la slavina che, rotolando e rotolando,  diventò valanga.

Ma sarebbe ingiusto ed inesatto dire che tutto fu proprio così. L’aura sfumava e il mito si stemperava nell’immaginario. Le immagini mortuarie alla Thomas Mann o degli influencer del Grand Tour, Goethe, Byron, Stendhal, il trio del marketing malinconico-sepolcrale che tanti viaggi di nozze ha portato qui, erano troppo oleografate per essere ancora credibili o giustificabili. Per questo si ritenne fossero  “eticamente corrette”, e dunque perfettamente riusabili.

Cinicamente, la vita di superficie semmai ci portava alla passeggiata-shopping in merceria tra commesse dagli occhi troppo truccati e i bancari in libera uscita, o il “tutti in piazza” per il Liston, l’ormai incomprensibile avanti-indietro che non faceva più nessuno. Certo, c’era la marea quotidiana ed esasperante dei turisti in marcia, la sbirciatina alle 10 gallerie d’arte trasudanti emuli ed epigoni visti e rivisti, le surreali conferenze su tematiche irrilevanti all’Ateneo Veneto, le misteriose, ermetiche riunioni a Santo Stefano all’Istituto Veneto o infine -per pochi e scelti- gli esoterici consessi alla Fondazione Cini a San Giorgio.

Con una mascareta in Piazza
L'accesso alla Basilica

Episodicamente, qualche conte Nuvoletti scendeva dal Terraglio e riappariva qui quando arrivava, per Italia Nostra e per il “giro delle contesse”, Susanna Agnelli con codazzo di parenti e amici a dar sfogo alle defatiganti esperienze municipali sull’Argentario. Invisibile ai più, ignorata dagli altri.

Di tanto in tanto, nei saloni da ballo del pessimo Napoleone, nei luoghi dove sorgeva la chiesetta di San Geminiano, si celebrava qualche mostra. Via rimasugli e cianfrusaglie dalle teche e dai magazzeni del Correr, “riorganizzazione filologico-storiografica”, vetrinette e cartellini nuovi, apposito e indispensabile catalogo Marsilio-De Michelis o Electa-Fantoni: “C’è una mostra all’Ala Napoleonica! Cultura, evviva!” Spostamento di ossa da un cimitero a un altro: “comitato tecnico”, “apparato scientifico”, “apparato critico” e i piccoli burocrati municipali diventavano storici dell’arte. Più parte tutta gente che non c’entrava per niente e vantava solo tanta spocchia campagnola. Era un ipocrita bozzolo quotidiano di non detto, di non capito; quello che seppelliva confusamente, accanitamente brandelli di un passato già resuscitato, già visto e già dimenticato. Noia.

Salvo poi re-illuminare il tutto con fare cosmopolita quando c’era l’arrivo, a maggio e a settembre, degli amici di Dallas, di Boston, di Los Angeles, di Baton Rouge, tutta gente che conosceva Grace di Monaco sin dai tempi di Hollywood, che comperava i libri di Jackie Kennedy-Onassis, che conservava gelosamente un taccuino di foto autografate di Armstrong, ex Lord Snowdon. Ossequiosamente Arrigo porgeva zuccheratissimi lamponi e le bollicine di Adamo Canel agli indifferenti ma educatamente stupiti ospiti. I brasati Stile ‘700 erano da Gritti, cucina rara. Il vero prestigio -sai che mance- era farsi accogliere -nome, cognome e titolo- a voce alta dai receptionist del Danieli, del Londra, del Bauer o dell’Europa.

Jesurum, Venini, Vogini, Roberta di Camerino sfoggiavano le loro commesse migliori per le occasioni di visite “casuali” ai loro atelier. La cornice del Florian, con gli echi delle orchestrine di piazza che sfoggiavano valzerini viennesi, dopo tante West Coast e Linda Ronstadt, era sublime, per una pausa. L’aria settembrina era dolce, piena di tinte tizianesche e cieli alla Marieschi, che quasi si dimenticavano l’epopea gossip quotidiana della carta patinata sui Kennedy o sui  Windsor, per altre fatte di dogi e di ambasciatori pontifici d’altri, più innocui, ignoti e misteriosi tempi andati.

La Scuola di S. Giovanni Evangelista fu sede del Comitato Usa
Acqua alta in Piazza San Marco
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