Inferno Marghera

Inferno Marghera

La nostra intera civiltà non potrebbe esistere senza le materie plastiche. All’inizio del secolo scorso, Venezia era talmente depressa e degradata che lo sviluppo industriale apparve come l’unica via d’uscita. Così l’agricolo villaggio di Marghera -originariamente “malghera”, luogo di stalle- fu trasformato in una delle più vaste e importanti aree industriali di tutta Europa. La chimica divenne essenziale con lo sviluppo delle tecnologie petrolchimiche e plastiche. Per supportare la crescita della nostra società, però, c’è stato un alto prezzo da pagare – testimoniato da queste foto- un inferno chimico. Oggi queste attività si sono quasi interamente cessate; l’eredità che ci è rimasta sono veleni ovunque (terrapieni autostradali e stradali imbottiti di fosfogessi, diossina nei fondali lagunari, ecc.) e miliardi di euro per aggiustare questi disastri.

Contrariamente alle mie più profonde convinzioni, la mia anima fotografica ogni tanto ha indossato i panni del fotografo amatoriale che ama i grafismi. Non so perché, probabilmente in me c’è (orrore!) un artista sepolto e mai ben esplorato. Quello che non sono in grado di fare con colori e pennelli, salta fuori da qualcuna delle mie inquadrature. Per questo Marghera – e la sua archeologia industriale – ha un particolare fascino su di me. In passato, quando abitavo a Mestre, se c’era un temporale o un cielo particolarmente intrigante prendevo l’auto e mi addentravo tra i ruderi e le ciminiere fumanti in cerca dell’Inferno di Marghera. Che regolarmente sono riuscito a trovare, come queste foto dimostrano.

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