VENEZIA SERENISSIMA – 1

VENEZIA SERENISSIMA

(prima parte)
Questo mio breve testo corredava, insieme alle mie fotografie,  un opuscolo della Azienda di Soggiorno di Venezia negli Anni Settanta. Il suo scopo era di dare al turista un’idea complessiva della “città dei dogi”, permeandone la visione di suggestioni e di atmosfere in grado di permettergli di affrontare la complessità dei luoghi in modo lieve ed efficace. La pubblicazione, tradotta in varie lingue, ebbe una tiratura di svariate migliaia di copie nell’arco di circa dieci anni.

Un Ducato

indipendente

di mercanti

Venezia sorse su poca terra, tra acqua e altra acqua. Si popolò di «venetici» diversi e divenne Serenissima. Ducato indipendente di nobili mercanti. Durò mille anni sopravvivendo alle avversità della storia. Fiorì, diventò ricca e temuta. Ebbe l’oro, l’arte e infiniti nemici.

Venezia era navi, rotte da percorrere e difendere. Era commercio con turchi e siriani, con inglesi e tedeschi; era diplomazia raffinata. Era, nel bene e nel male, un popolo astuto e opportunista. E civiltà. quando intorno c’era il buio della barbarie.

Oggi Venezia è assai diversa, eppure ancora vitale. Città turistica e capitale culturale, luogo comune, cartolina da spedire. mito da rincorrere, tra una passeggiata in gondola. un concerto in chiesa. una mostra d’arte in palazzo.

Tuttavia basta salire su un campanile per ritrovare la Venezia di ogni tempo, un immutabile mare di tetti rossi da cui emergono, come barene di pietra bianca. i simboli del potere di sempre: i palazzi e le chiese.

Lo spettacolo

delle stagioni

Venezia fa spettacolo. Con la luce e le stagioni le pietre vivono una infinita varietà di atmosfere. In primavera vengono, col vento di nord-est, i colori più cristallini. Le albe nebbiose di qualche giorno d’aprile sono ricche di mezzi toni; il Canal Grande appare scandito di piani che sfumano illanguidendo in un biancore perlaceo.

Con l’estate giungono il silenzio, l’aria immobile, il sole che disegna nelle calli ore e facciate con lunghe ombre radenti. La dimensione veneziana è ricreata da questo silenzio che dalla laguna penetra con la brezza di terra nei meandri della città. Ma l’estate è anche folla, afa, turisti a decine di migliaia che si disperdono ovunque.

Agosto e settembre portano i temporali: squarci di luce, masse di nuvole bianche che si innalzano per chilometri, sfondi neri. E il tramonto, placata la furia, esplode su Venezia con la forza dei colori più puri e più pieni.

Venezia e l’inverno. Pioggia, acqua alta e nebbia, ma anche le più belle giornate di tutto l’anno. È raro e imprevedibile ma accade, talvolta, che la città si ricopra di neve e che su questa splenda il sole. È la sublimazione dell’effimero, struggente e potente. Da non potersi descrivere a parole.

La laguna, la vita

e le barche

Le mura più solide circondano Venezia. La laguna si estende per chilometri, invalicabile con i suoi bassi e tortuosi fondali. La citta e un arcipelago intersecato da decine, centinaia di rii e canali. Su quest’acqua verde chiaro si specchiano le case colorate e i palazzi bianchi, in un interminabile gioco di riflessi.

Quindi le barche. Protagoniste quotidiane della vita della città che si è sempre svolta – tra terraferma, mare e laguna – sull’acqua. Barche per spostarsi, barche per far venire i prodotti della campagna, barche per andare a caccia e a pesca, ancora barche per tutte le necessità della vita su di un’isola. Regina su tutte, la gondola, oggi nera di lacca, un tempo ricca d’intagli e colori, con la sua forma strana, traguardo insuperabile di linee idrodinamiche dei carpentieri veneziani.

Il catalogo dei tipi scorre ad ogni Vogalonga, allorché tutti i veneziani accorrono a vogare insieme per la laguna, oppure al Redentore, per godere, ancora tutti assieme, dello spettacolo dei fuochi d’artificio sull’acqua del Bacino. O alla Regata Storica per incitare i campioni del remo e quando, finite le gare, la flottiglia cittadina si scioglie in mille cortei per i canali.

Un’oligarchia

ben regolata

All’inizio erano famiglie potenti che avevano preferito la continuità dei traffici mercantili con Bisanzio alle insicure sorti della dominazione longobarda. Poi furono ancora commercio e profitto a dettare le regole della convivenza coatta su così poca terra. Venezia diventò una unica, grande società commerciale marittima. Il Doge, il Consiglio dei Dieci, il Senato, servivano ad ampliare i mercati, ad eliminare gli ostacoli, a regolamentare le iniziative individuali. Veniva usata la forza ma era più utile, e più economico, usare la giustizia e la diplomazia. E mentre altrove i regimi si modificavano, a Venezia si comprese che il potere poteva essere mantenuto inalterato solo se usato nell’interesse di tutti. Quindi ogni carica era elettiva, e ruotava tra i membri delle molte famiglie nobili. Mai nello stesso posto per troppo tempo, era la norma. Non democrazia, ma una oligarchia su una base sufficientemente ampia da non creare pericolose situazioni politiche.

La fonte di ogni risorsa continuò ad essere il mare, solcato due o quattro volte l’anno dalla flotta di Stato che commerciava, combatteva e tornava a commerciare.

Il simbolo

del leone

Venezia aveva bisogno di un simbolo e se lo procurò alla sua maniera: due mercanti, Rustico da Torcello e Buono da Malamocco «prelevarono» le reliquie di San Marco ad Alessandria d’Egitto e, nascoste sotto carne di maiale, le portarono a Venezia nell’828.

La Repubblica poteva vantare quindi un evangelista per patrono e un leone come simbolo. Ma questo leone teneva il suo libro – «Pax tibi Marce evangelista meus» – aperto con gli amici, mentre ai nemici lo mostrava chiuso, e digrignava la bocca.

Venezia pretese e ottenne per il suo vescovo la cattedrale patriarcale, ma questa ebbe sempre sede fuori dalle «mura» cittadine, nella lontana isola di Olivolo oggi San Pietro di Castello ad est della città.

Il massimo tempio cristiano, la bizantina basilica di San Marco, sfolgorante di marmi preziosi e di mosaici, altro non era che la cappella dei Dogi.

Pur se cattolicissimi, i veneziani non amarono mai molto il clero, temendo, per suo mezzo, le intromissioni papaline. Anche perché il vescovo di Roma era un loro accanito concorrente commerciale e, sovente, un fiero avversario politico e militare.

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