La nevicata del 1975

La nevicata
del 1975

Ricordo che quando ero bambino – negli anni Cinquanta- d’inverno a Venezia nevicava regolarmente e a più riprese. Non quattro fiocchi ma trenta, quaranta centimetri. Per noi monelli della Misericordia era una festa, ammesso che le mamme ci lasciassero di sotto a giocare. Per il resto era uno spettacolo ma anche una tragedia. I ponti diventavano impraticabili per il ghiaccio, le fondamente piste di pattinaggio, le barche inusabili. Il pronto soccorso si riempiva di gente con le ossa rotte. E faceva anche tanto freddo.

Con gli anni il clima è cambiato e le nevicate invernali sono sempre più rare, se si eccettua qualche semplice ed effimera spruzzatina, giusta per fare qualche foto. Ma nel gennaio del 1975 una bella nevicata come quelle di un tempo trasformò Venezia in una rinnovata magia bianca. Ricordo che faceva un freddo cane e tirava una gelida e violenta Bora.

Con bussola, tavola delle effemeridi e carta nautica (anche questo bisognava fare) avevo da tempo preparato una tabella con le declinazioni del sole a Venezia nei vari mesi. La consultai e, volendo riprendere un tramonto sulla neve sullo sfondo del campanile di San Marco, avevo individuato come il campanile di San Francesco della Vigna fosse perfetto. Mi accordai col frate priore e alle 3 del pomeriggio mi presentai con due borsoni e due treppiedi. Mi accolse Frate Antonio, un francescano piccoletto e rubicondo che si accollò una borsa e mi accompagnò su. Il pavimento della cella campanaria era ricoperto di ghiaccio e neve. Posizionai i treppiedi, tirai fuori l’attrezzatura e cominciai a fotografare. Rimanemmo lassù per almeno 3 ore. Io, pur se col piumone imbottito, ero intirizzito ma eccitatissimo; Frate Antonio che indossava solo il saio, una giacca a vento e i sandali con i piedi nudi, si dondolava e saltellava per scaldarsi. Io fotografavo, il francescano parlava di Dio e dell’Infinito.

Feci una quindicina di rullini tra cui la foto in alto che sarebbe diventata un famoso poster ufficiale di Venezia alla fine degli Anni Settanta. Avevo con me tre Hasselblad con Distagon e Sonnar 250, su due Nikon F3 con una serie di tele e il mio amato 20mm. La pellicola era Ektachrome 64/120 e Kodachrome 25/135.

Siamo scesi che erano le otto ed era già buio. Credo che Frate Antonio oggi sia in Paradiso, nel consesso delle anime sante. Essere sopravvissuto a quell’impresa è stato certamente un miracolo.

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