ATLANTICO

ATLANTICO

Apri le braccia, tendi le mani. Inizia a piegarti lateralmente, sinistra-destra, fino a toccarti le ginocchia di lato. Vai avanti così per tre settimane ed hai capito cos’è una traversata atlantica in barca a vela sulla rotta dei Caraibi.

Se però, mentre stai dondolando da una parte all’altra, ti capita di cadere in avanti o di andare a sbattere all’indietro, vuol dire che hai incontrato un’onda anomala.

Essa è qui metafora dell’evento imprevedibile, inconsueto e inaspettato, fuori della normale logica dell’accadere. Sufficientemente casuale da rientrare nella categoria di situazioni che i britannici hanno battezzato “serendipity”.

Tra gli esempi possibili vi è lo scoprire improvviso- succede invecchiando- il vero valore delle cose. In questo, la combinazione mare-età è magica e permette di scoprire, senza più alibi o ambiguità, la stupidità di certi sogni perseguiti per lustri, o l’inutilità di ambizioni che ci hanno condizionato la vita. Si dice sempre che il mare –come la montagna o i deserti- aiutino a scoprire sé stessi. Probabilmente è questo.

In altre parole, ci si accorge di aver caparbiamente seguito una strada iperbolica quando, in effetti, tutto quello che volevamo era di andare al parco pubblico sotto casa. Discorso che vale per tutti i gradi della rosa dei venti, da Nord a Nord, passando per l’Est, il Sud e l’Ovest. Persone e sentimenti compresi.

Per qualcuno è illuminazione, per altri è raggiungimento della saggezza. Per quelli più sofisticati e trendy è qualcosa che ha a che fare con il Tao e lo Zen.

Dev’essere un processo metabolico legato all’età, proprio quando tutto inizia a rallentare, perché, se non era iniziato prima, è quando, passati i sessanta, che comincia a verificarsi con sempre maggiore frequenza.

La nostra coscienza smette naturalmente di combattere l’entropia, accorgendosi che essa – in quanto motore del disordine – è semplicemente funzione del tempo e, per derivata, dei processi di mutamento da esso indotti. Se si smette di correre e ci si siede semplicemente per terra anche l’entropia in qualche modo si ferma. Di certo rallenta.

E’ come in oceano, quando durante la burrasca ci si mette alla cappa, aggiustando adeguatamente le vele; fermando la barca, si scopre che nonostante il furibondo rincorrersi delle onde e il ribollire del mare, l’acqua tutto intorno a noi non si sposta e le onde sono il risultato solo di un movimento verticale.

Il disordine che continuiamo a generare si elimina con la semplificazione delle strutture che noi stessi abbiamo costruito. È un processo profondo che va ad intaccare la basi stesse della nostra autocoscienza. Ma non c’è alternativa.

Quando si naviga in solitudine, lontano dalla terra e dagli uomini, e si è immersi nell’essenziale, una domanda domina su tutte. “Perché?”.

La risposta è immediata. Può essere indispensabile fermarsi perché probabilmente non c’è alcuna necessità di andare da nessuna parte.

E subito dopo, lapalissianamente, emerge l’evidenza del suo contrario, un’eco speculare: “Perché no?”.

La forza della vita è forte.

Come il sole che sorge e scioglie la bruma in riflessi d’oro, così, ad un certo momento della vita, nell’anima, compare la lievità, un senso di leggerezza frizzante che ti regala, insieme a brividi di piacere, una nuova voglia di ripartire, di andare ancora avanti. Con motivazioni nuove, più vere.

La brezza increspa l’acqua, rinfrescando e prendendo vigore. E’ ora. Mano alla drizza della randa ed issi la vela. Quindi il grande genoa che si apre e si gonfia. La barca comincia a vibrare. Si va. Sei nodi, sette, sette e cinquanta. Otto e venti.

Golfo del Leone, rotta per 84 su Capo Sperone, Sardegna; bolina larga, lo scafo si inclina leggermente, una decina di gradi. Lasci il timone, allenti un pochino la randa fino a farla fileggiare e la barca si raddrizza e sta in rotta senza sforzo.

Scendi a scaldarti una tazza di caffè, e, mentre la barca va, cominci a scrivere.

La rotativa del giornale girava
e tre amici discutevano di oceano

Di solito, poco dopo la mezzanotte, la prima edizione era in macchina. Gli impaginatori e i linotipisti avevano staccato, la bolgia di pochi minuti prima era cessata e solo la guardia restava per le emergenze, ribattute, cose dell’ultimo minuto potevano sempre accadere e serviva ancora qualcuno. I rotativisti avevano montato i flani delle pagine, verificato gli inchiostri e tesati i rulli di carta, poi, il campanello. “Si va”. La grande macchina, sibilando cominciava a prendere velocità. Quando la rotativa raggiungeva i giri il rumore era così assordante che se uno ti parlava tu non sentivi niente. Ma dopo un po’ si entra in sincronia con le vibrazioni e il rumore poco per volta diventa una frequenza forte ma trasparente, diversa da quella della voce, e si ricomincia a sentire. Ad ogni buon conto c’era una stanza insonorizzata, sufficientemente ampia e ospitale dove, a turno, i rotativisti andavano a farsi una birra. La notte sarebbe stata ancora lunga, e i cambi dei flani delle diverse edizioni avrebbero richiesto scrupolo e precisione; talvolta succedeva che si rompesse la carta, e allora serviva esperienza, precisione e una grande rapidità.
Capitava che quando io ero di chiusura – un giornalista doveva essere presente per un paio d’ore per eventuali, improbabili emergenze redazionali- ci si appartasse in quella saletta con misteriosi rotoli di disegni e pacchi di fogli. Discutevamo di barche, di rotte, di luoghi dove andare, di navigazione e di oceani. Ma soprattutto di barche. Soldati, il capo rotativista, insisteva perchè gli facessi conoscere Sciarrelli per una barca che aveva in mente, e il rotativista Scarpa, che ascoltava e non parlava, aveva già deciso, almeno il nome “Messer Polo”. All’epoca io ero affascinato dal “Prospector” (quello della foto sopra), progetto apparso su un “Wooden Boat” dell’82. A farla breve, io che ero l’esperto del mio giornale per la nautica, dopo l’avventura atlantica gironzolavo per l’Adriatico. Gli altri due si sono costruiti due barche in acciaio e hanno fatto non so quanti giri del mondo!

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