civiltà di villa

Lo spirito della vita in villa

Chiuse, museificate, non visitabili, lasciate a marcire. Idolatrate, vantate e poi vilipese e infine abbandonate. Raramente abitate, riusate -quelle fortunate- come municipi per piccoli comuni. Oppure trasformate in agriturismi, buoni per episodici sponsali e raduni aziendali; o in B&B extralusso col bilancio problematico; o sterilizzate e affidate al benemerito FAI, coccolati cadaveri in un cimitero culturale mummificato con biglietto, visita guidata domenicale e chiusura alle 18. O peggio, diventate ruderi, non più restaurabili. In generale -a detta di qualche proprietario – non sono riscaldabili, non sono ristrutturabili o frazionabili, richiedono restauri costosissimi e continui: “non sono economicamente gestibili”.

In pratica, questi magnifici monumenti di architettura, cultura, costume e società, simboli di un aspetto importante della grande civiltà veneziana,  non sono più usabili: sono edifici alieni in un mondo che non è più il loro perché hanno irrimediabilmente perduto il ruolo e le funzioni per cui erano state edificate.

Nel solo Veneto ce ne sono -notificate alle Sovrintendenze- 3.807 e in Friuli 436. Parliamo delle “ville venete”, quegli edifici -aristocratico-rurali nati a partire dalla metà del ‘500 a seguito della riforma agraria propugnata da Alvise Cornaro, dopo che la Serenissima aveva volto le spalle al mare. Situate al centro dell’azienda agricola, abitualmente erano composte da un nucleo centrale a destinazione di residenza padronale ed annessi agricoli , barchesse. cantine, stalle, laboratori e depositi. Comprendevano locali di servizio, di abitazione per la servitù. I contadini, spesso alloggiavano in case coloniche direttamente nei campi. Sul territorio ve ne erano di preesistenti con aspetto e impianto distributivo di derivazione dal tipo palazzetto cittadino in stile romanico o gotico. Apparentemente sontuose con i loro pronai colonnati, timpani e proporzioni auree, firmate dagli apologeti del Rinascimento romano -la più parte- e decorate dai pittori delle botteghe di  Veronese e dei Tiepolo e sculture di pregio, spesso di Alessandro Vittoria, quelle ricche dei grandi architetti;  con economiche grottesche “a stampo e tampone” tante altre più banali e recenti oppure da affreschi agresti o mitologici di “bottega” quelle più pretenziose. Il buon Bepi Mazzotti, “zentilomo trevisan”, mio mentore e carissimo amico,  le promosse a “fenomeno culturale veneto”, anche se -in vari modi- sono diffuse ampiamente in tutta Italia sin dai tempi antichi.

Casa padronale e macchina agricola, sontuosa ma economica, prestigiosa ma funzionale, la villa riuniva funzioni diverse, segnando peculiari stili di vita e nuove forme di imprenditoria. Dalla semplice commistione tra palazzo cittadino e rustico agrario medievale fino alla citazione colta del mondo classico del Rinascimento romano importata da un nucleo di intellettuali veneti, la sua forma architettonica primigenia fu affidata ad Andrea Palladio. Da allora, per tre secoli, la moda della villeggiatura, le necessità economiche e le ambizioni del patriziato impegnarono i massimi architetti fino al barocco e al neoclassico.

A corollario propongo una pagina sul paesaggio veneto, ed in particolare il paesaggio agrario, una pagina sullo “Spirito della villa veneta” che raccoglie una breve ma significativa raccolta di immagini, fotografie evocative e qualche quadro; e una galleria,  “Ville venete”, che  è un repertorio campionario e non sistematico di edifici significativi al solo scopo di dare qualche suggestione emozionale. In questo secondo caso, molte delle mie slides analogiche erano molto rovinate (40 anni sono un po’ troppi anche per le emulsioni) ed ho quindi fatto ricorso ad una loro conversione grafica, che spero non disturbi troppo.

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